
QUESTO GIORNO DI FINE FEBBRAIO
- Proposte due nuove idee, due articoli al direttore di una rivista, nonché mio primo editore: una mi è stata subito rifiutata, la seconda è stata discussa e altre due (dietro ricerche che ho iniziato a svolgere) dovranno essere propinate entro breve. Insomma, altri 3 articoli in arrivo. Non del genere che vorrei, ma pazienza. - Ritirata la stampa con brossura della mia prima silloge di poesie in vernacolo. Einaudi e Passigli i miei prossimi obiettivi (sinonimi di sogni, in questo caso). Ammazzerei il mio tipografo di fiducia: mi ha stampato una copia in più (è sempre la sua assistente a combinarmi pasticci: almeno non si smentisce). Di necessità virtù. - Trovati i contatti di una giovanissima Agenzia Letteraria. Fortunatamente credo di distinguere ormai un’Agenzia seria da una sedicente. Sarebbe bello crescere insieme a queste ragazze. Vedremo. Entro breve i contatti. Ho certamente materiale da poter proporre. E ora voglio premunirmi e farmi più furbo. - Prima bozza-scaletta per un progetto fantasy dedicato a un’iniziativa editoriale molto interessante (ma da attuare solo dopo marzo… e in brevissimo tempo). La narrativa di genere proporrà idee molto importanti per la letteratura italiana, checché ne dica la critica ufficiale. - Ho finito un lavoro. Dopo 5 giorni e qualche ora. - Sono esausto. Bene.
Pesaro, per quanto sia ormai una bella provincia di circa centomila anime, ha ancora un qualcosa della città piccola, dove il passaparola è ancora così veloce da raggiungervi i confini in una giornata. Ebbene, basta passare davanti un’edicola per vedere – quando ci sono incidenti stradali – vedere le immagini delle vittime esposte sui cartelloni, sotto i titoli. Quattro ragazzi, di cui una ragazza, campeggiavano già da ieri sui manifesti. Uno choc per la città, è scritto. Purtroppo più di una volta, mentre andavo a comprare le mie riviste, ho visto questa notizia; e qualche volta è successo che conoscevo le vittime, fra cui un mio brillantissimo compagno di classe. Ogni volta, comunque, c’è qualcosa che inquieta; non solo per vite giovanissime strappate ai cari, a noi, ma per via della loro familiarità: hai sempre il sospetto di averli adocchiati, conosciuti. E a Pesaro non è solo un’impressione. Quattro ragazzi, l’altro ieri. E ancora una volta i visi mi erano famigliari. Troppo. Ci rimuginavo da ieri sera. Le voci circolano rapidissime. Così, stamani ho saputo. La ragazza, non ancora maggiorenne, in strada coi suoi amici su una BMW (sì, una BMW; e gli altri amici erano poco più che maggiorenni) è la figlia del mio ex odontotecnico. Quello che ha curato il mio apparecchio per i denti. Non solo. È un amico carissimo dei miei zii, formavano un gruppo di amici fighetti, i precursori dei paninari; insomma, un po’ il padre lo conosco. Anche Pietro è morto così, sotto un camion, senza aver colpe. Pietro era mio nonno, scomparso pochi mesi prima che io nascessi. Ed è un nome di cui sono orgoglioso, anche senza sapere sempre perché. Almeno lui ha avuto una sua vita, una famiglia; ha lasciato qualcosa di sé. Anche in me. Ma non quei ragazzi. Non quella figlia che l’amico di famiglia chiamava, parlando di lei l’anno scorso mentre conversava con uno dei miei zii, la mia bambina. L’ebbrezza non sta nell’alcol o nella velocità più stupida. Ma nei sogni da realizzare, in un bacio in più, nelle amicizie e nell’esperienze di cui far tesoro. Ragazzi. Vi prego. Guidate con prudenza. Guidate per ritornare a casa.

Tanto più si ha, e più da perdere, tanto è da provare la nostra gioia. Intanto la fantasia desiste, prima o poi. Dunque ci si racconta di noi, ché nessun incanto è a lungo salubre, pure un amore che abbiamo incontrato nelle cause recenti; e smarriamo noi stessi in una storia, in una fiaba. Scriviamo, raccontiamo, cerchiamo e perdiamo l'orientamento. A volte è un sacrificio inconscio. Ma raccontare - e non narrare, tanti sono bravi a farlo - può essere anche questo. Chi lo vuole allora attraversare questo rischio, quel bosco pieno d'ombre? Chi vuole smarrirsi e ritrovarsi, pur sapendo che niente sarà più come prima?
di Gianfranco Ravasi (e con un ringraziamento caloroso per una mia amica) Bisogna risparmiare le parole inutili per poter trovare quelle poche che ci sono necessarie e questa nuova forma d’espressione deve maturare nel silenzio.
Non è la prima volta che attingiamo allo straordinario diario, edito in italiano da Adelphi, che ci ha lasciato Etty Hillesum, giovane donna dalla forte genialità e dalla temperie mistica, uccisa dai nazisti nel lager di Auschwitz a soli 29 anni nel 1943. Lo facciamo anche oggi con questa semplice riflessione sulle parole inutili e su quelle necessarie. Non è certo un tema poco esplorato nelle nostre brevi considerazioni: ci siamo ritornati più volte, anche con un po' di esitazione e di autocritica, perché sono molte, forse troppe, le parole «inutili» da noi spesso usate pure qui nello spazio del «Mattutino». Proprio per questo bisognerebbe sempre esercitare una sorta di ascesi del linguaggio, che talora dovrebbe diventare persino digiuno e quindi silenzio.
Un silenzio - dice Etty, cioè Ester - dal quale far sbocciare quelle poche parole «necessarie», quelle che incendiano i cuori, che illuminano le coscienze, che rallegrano la vita. Mi ha sempre impressionato una battuta del poeta francese Charles Péguy: «Alcuni si strappano le parole dalle viscere, altri le tirano fuori dalla tasca del soprabito». Le prime sono appunto quelle necessarie, calibrate, cariche di significato e di verità; le altre sono il flusso instancabile e inesauribile della chiacchiera vana e vacua. Ecco, allora, un esercizio da praticare: purificare il proprio linguaggio sia riducendo lo sproloquio sia abbassando i toni. Un altro poeta francese, Paul Valéry, ammoniva: «Tra due parole scegli sempre la minore» perché è nella semplicità pacata che ama avvolgersi e rivestirsi la verità.
Dove solo un sentimento può arrivare e fa ritornare al mondo. In un vortice di colori, di vita. Regia di Roman Polanski. Vasco Rossi, Gli Angeli
INCIPIT (in attesa di scriverci su davvero)
Perché voci femminili nella letteratura? È davvero così, che c’è un sentire, un bisogno di voci femminili oppure è un bisogno editoriale che vuole propinare qualcosa, per una ventata di freschezza? Oggi, in Italia, una voce femminile è una voce di rottura? E se così fosse, perché? Perché non ha una tradizione? Non ha esempi femminili? Chi serba nella sua formazione, fra le giovani, Aleramo, Morante? Chi cerca di riscoprire Ada Negri, Grazia Deledda? E in cosa identificarsi, raggrupparsi? O meglio, a cosa rispondono le donne? Anch’esse, come gli uomini, spaziano ovunque oltre il postmodernismo, o si rifanno a (qualche) femminismo, o hanno altro di cui curarsi? Hanno qualcosa che le lega, un’idea, una situazione sociale politica identitaria che le lega, pur con profonde diversità?
Ebbene sì, ho riaperto PENSIERI CORRENTI. Ordine diretto di una mia casa editrice, che mi consiglia di tenerlo vivo, assolutamente. E così eccolo di nuovo. E non proprio a malincuore, sapete? Beh, non so quanto riuscirò ad arricchirlo, ormai certi impegni (anche quelli solo meramente cervellotici) li ho presi, però... però è bello esserci. Speriamo che amici vecchi e nuovi vengano da me per un salutino. E intanto un abbraccio a tutti. BEN VI STA!

... su

Esiste certa scienza, oggi, truccata a dovere di sorrisi, convinta che le formule chimiche vadano poetando nel mondo. E l’altra poesia – sbeffeggiata – in realtà ne zittisce la potenza: sezionatela pure, clonatela, toglietele Dio, rischiate nelle resezione di trovare una rima da far sfocare gli acuti microscopi. Ogni arroganza fa dello spirito umano una coincidenza; almeno l’uomo comune ne soffre, non si vanta di molecole. Ebbene, la poesia non si pone il problema: d’ogni coincidenza fa un sonetto o un verso sciolto di meraviglie e nubi; senza crucci o vanità, ma da vicendevole esistenza d’uomo e bellezza, l’incessante ritorno dal silenzio.
Variazione 3. Una breve parentesi romantica
C’è una storia che amo particolarmente. In realtà vi sono pochi particolari da apprendere perché è già tanto lì, in quella musica, in quel concerto per pianoforte che può far immaginare vicissitudini e difficoltà di una coppia che s’è amata, s’è certamente amata. Ma la musica contiene un’intuizione da trasmettere. Di là di qualsiasi idea romantica – paradossalmente, in questo caso – possiamo in parte rivivere un episodio di vita che non ci appartiene. Forse la pongo in una considerazione sentimentalista, e potrebbe essere l’errore più prevedibile. Ma non è detto che sia insincera o poco plausibile. Robert Schumann (1810-1856) è forse l’artista più rappresentativo del Romanticismo in Germania. Al riguardo, Nietzsche era del parere che il Romanticismo tedesco si espresse appieno solo nella musica. Schumann n’è stato lo spirito più autentico. Compositore felice quanto insofferente, il maggior autore di Lieder del periodo, non faticò a intuire ed esaltare un giovane pianista come Chopin o a difendere, in un ragazzo dal talento prodigioso, tale Brahms, il futuro della musica. Aveva una formazione molto profonda: era cresciuto in un ambiente favorevole, colto; avevo letto i grandi classici; ancora adolescente scrisse saggi, poesie, tento perfino una Tragedia. Amava la letteratura e la musica; più volte fu tentato di scegliere la prima strada. Un amore giovanile lo guidò a dedicarsi sempre più alla composizione: scrisse i primi lieder. L’amore, per la verità, lo ha sempre condotto a grandi scelte. A vent’anni aveva già vagato per città d’Europa. Trovò finalmente un ambiente adatto a casa di Friedrich Wieck, suo futuro maestro, dove conobbe la figlia, Clara, talento pianistico. Riprese gli studi musicali. Viaggiò poi in Italia: conobbe la musica di Rossini. Intanto otteneva i primi consensi come pianista Assistette a un concerto di Paganini. Impressionato, forse turbato, prese allora la decisione di dedicarsi completamente alla musica. Schumann era anche insicuro e fragile. Nel tentare di migliorare il suo tocco virtuoso, danneggiò l’articolazione della mano destra con un marchingegno che avrebbe dovuto migliorare la sua mobilità. La carriera di pianista fu definitivamente compromessa. La passione per la letteratura non scemò mai, anzi, fu determinante per l’apertura della sua rivista di critica musicale. Un punto di riferimento per le nuove generazioni di musicisti. E nel frattempo s’innamorò di una giovane pianista, quella bambina ora cresciuta, Clara Wieck, destinata a una carriera da pianista. Il padre di lei, Friedrich Wieck, maestro di Schumann, osteggiò con incredibile intolleranza il loro amore. Fu questa, in realtà, una delle sfide più dure della sua vita. E questa vita fragile, sorpresa da crisi nervose, ossessionata dalla composizione, riuscì a completarsi in Clara, poi signora Schumann, moglie amorevole e donna di grande talento. Il loro bene si completò nella musica. Clara era pianista eccezionale, laddove proprio il compagno non poteva più esprimersi. Dal cuore e dall’ingegno di lui, riflessione anche della loro storia, si arrivava alla mano di lei, all’interpretazione di lei. Perché una vita musicale deve essere capita, e due personalità si contrappongono: né l’una né l’altra però devono soverchiare. Nella loro storia, durata fino alla fine, fino alla morte di Robert, il sacrificio era la messa in discussione dei loro obiettivi, dei loro ruoli. I loro tempi erano differenti, la meditazione, l’azione; sì che la vita di lui non poteva trovare una nota degna se questa non era suonata da lei, e lei non si sarebbe manifestata senza la musica di lui, di cui appropriarsi. L’una si esprimeva nell’altro. Immagino con quanti torti, difficoltà, con quanti scontri. O forse no, chissà; ma due personalità così spiccate hanno ragioni e idee proprie da difendere e in cui credono. Quante rese e vittorie che nel bene o nel male si riflettevano in entrambi. Era la consapevolezza delle loro differenze, il loro modo d’essere che fondeva le esistenze: nella musica. Se si differivano non era certo per inadempienze, ma per diversi obiettivi. La diversità era messa in discussione all’interno della coppia. Era inevitabile. Se esistono obiettivi comuni, il modo con cui raggiungerli non sono sempre conosciuti né paralleli. La composizione di Schumann doveva nascere da sé; l’interpretazione di Clara, l’esecuzione, benché guidata dal marito, doveva compiersi nella sua responsabilità, nel modo che lei riteneva migliore (i compositori, fra l’altro, spesso sono pessimi direttori). Queste differenze, questi contrasti possono anche essere duri; perché si può pensare che l’uno agisca male, o poco, con poca consapevolezza nell’ottenere i fatti; al contrario, forse è nella differente reazione la forza più grande. Non tutto, all’interno della coppia, può essere svelato. È questione di fiducia, o addirittura di fede. Dove talvolta si vede il vuoto o una strana riottosità, può in realtà esserci preparazione, costruzione silenziosa: il fatto che è già messo in atto. Se, fra i due, un’esistenza è seguita in una tenace e lodevole continuità, l’altra può essersi arrischiata di silenzi, attese, per un agire talmente intimo impossibile da svelare sempre, nonostante giustificabili pretese o spiegazioni. Le incomprensioni sono reciproche. Ma ancora una volta, da una parte nasce la composizione, dall’altra quel respiro in più che muta la composizione in musica, dandole motivo d’essere. Il concerto n.54 in La Minore di Schumann pare quasi comprovare una storia così intensa e difficile, e un amore così grande che non ha temuto di guardarsi, di capire cosa e come fosse. Schumann aveva una strana idea di una composizione per pianoforte di vasto respiro, e un’orchestra, una musica dietro. L’idea del concerto pare fu suggerito da Clara. È certo il concerto per pianoforte fra i più belli, limpidi e passionali della storia. La Prima fu eseguita da Clara Schumann. I loro sacrifici, l’ostilità del padre di lei, le crisi di Robert, forse anche i dubbi del loro amore e della loro forza furono ammutoliti da quell’esecuzione impeccabile e provata di Clara – che conosceva intimamente la composizione, ne conosceva l’anima. Per essere degna d’interpretazione, le anime in discussione erano due. In un Concerto. In un successo trionfale. Il Concerto è uno dei grandi capolavori del Romanticismo. Le soluzioni musicali, l’intreccio fra il tocco pianistico e l’orchestra paiono inesauribili, talvolta quasi sensuali. Un vagabondare e un ritornare. Si esprime un amore, in una chiarezza di comunione d’intenti che forse nella vita quotidiana non sempre si afferra, che porta sofferenze e distanze; ma che in realtà, proprio in quei fatti cercati assieme seppur diversamente, è così palese e straordinaria. Come a dire: prima o poi la musica arriva. Ed è indiscutibile. Vale la pena aspettare e aver fede?



Può narrare la musica? Se dietro o accosto una parola esiste una storia, al nucleo di una musica v’è invece il silenzio? Dove si esprimono i segreti umani, le vicende quotidiane, le accortezze, le sofferenze di una storia musicale e del suo autore? Cosa c’è dietro? È un piccolo grande mistero. Nemmeno un autore, penso, abbia perfetta sintesi di quanto desidera quando scrive o compone. Prova a gestire una materia che riflette su di sé, infrange se stesso: con gli attributi, le rivelazioni, i nascondigli che può rivelare un animo per quanto si cerchi di scoprirlo, rappresentarlo, donarlo. Ma la musica: quali parole non dette, quale gestualità e quali fatti serba? Quando cerco di scrivere, lavorare su un pezzo o un’ambizione, mi piace a volte ascoltare musica. Non precisamente mentre scrivo; è una relazione che non riesco più a sostenere. Nella musica mi pare di subire un linguaggio da cui imparare. Sarebbe presuntuoso fare mera cronaca su una riflessione e scrivere: per fortuna l’ho capito in tempo.
Il Diavolo ha fede. Ma vive nell'ostinazione di una disperazione? A voler essere quello che è, facedone una natura scelta, uno spirito deciso o assente? E se il male di cui è paladino e di cui vuole appropriarsi ogni giorno nel cuore dell'uomo, nella sorte dell'uomo, fosse in principio un amore pervertito? E noi stimiamo la sua imitazione, la creazione di se stesso?

Raffaele Morelli e la felicitÃ
Piacere, Raffaele Morelli. Psicanalista di Love Story. "Felicità è una banana mangiata a giusta maturazione.
"
Don... Don... e mi dicono, Dormi!
Buonanotte.
mi cantano, Dormi! sussurrano
Dormi! bisbigliano, Dormi!
là, voci di tenebra azzurra...
Mi sembrano canti di culla,
che fanno ch'io torni com'era...
sentivo mia madre... poi nulla...
sul far della sera.
PENSIERI CORRENTI
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Nome: Pietro Fratta
Sto scrivendo. Ho pubblicato qualcosa, qualche romanzo. A volte mi affido alle parole, e cerco d'affrontare un frammento consistente della mia realtà : la coscienza, che non potrà mai sopravvivere in assenza dei miei simili.
Ho un piccolo sogno:

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