
POESIA DI PAGLIA: 10 APRILE 2007
Sempre toccando sopra la paglia, avrete la versione in dimensione leggibile.

Sicuramente le varianti proseguiranno. La poesia è insufficiente, ma ha una forza continuativa che riuscirà a distinguerla, nel suo piccolo. Al momento non vedo coscientemente le sua lacune, e forse potrei notarle meglio con voi.
Ritrovo piano le parole, le riconosco; e devo ammettere che esistono per uscire da me. Per allontanarsi. Esistono per un abbandono e un ritorno, per ognuno di noi. E nel loro procedere si alterano. Hanno un significato che accetta i mutamenti, le sfumature, tuttavia mantenendo sempre una radice intima; così, a scoprirle non basta una vita tutta.
Tento la notte di risolvere qualche affanno. Ma anche con l’illusione, spesso, è difficile indugiare.
Credo che le parole ritornino davvero quando conosci una persona, cerchi il suo pensiero. Anche se dopo uno strappo recente dei tempi addietro; o un diniego assoluto.
Hanno così il sapore delle giornate nuove; del sole che scalda la pelle, insieme al mare cercato, e l’odore non si confonde facilmente durante la giornata; persiste, mentre viene meno il silenzio fittizio in cui sembra inevitabile rifugiarsi.
Parole che si muovono con le persone, l’esperienza vicendevole, sorprendendo davvero di una forza imprevista. Nella loro inattesa semplicità, fra tenerezza e dolore vermiglio e vivido, tuttavia mai negato. Sono così schiette. Non mi appartengono, ma le vorrei.
Una prima parola risponde e inquieta: desiderio.
Non scriverò ancora, benché sia pronto a contraddirmi. C’è la necessità della confidenza. Il linguaggio non muore. La sua vitalità s'arrischia all'ennesimo addio; e a ogni nuovo incontro.
Una delle cose che sto cercando di accettare, in una successione spesso indolente di pensieri, è che nell’atto della scrittura sta subentrando la fede. In un intreccio di tempo e necessità, nell’intimità, e non come mero riferimento. Più precisamente è una condizione che sto raggiungendo; una considerazione logica che non posso ignorare. Il pensiero m’è venuto fuori pochi giorni fa, e già m’è sfuggito nella sua chiarezza. È rimasto un barlume e da quello dovrei forse iniziare. Ma risuona male, questa parola: fede. E dacché non ho pensato di coglierla, di appuntarla quando pareva piena e inequivocabile, ora la parola risuonerà sempre male. Sempre stonata.
Eppure c’è una soluzione. L’autocritica a ciò che scrivo. Il suo scopo. Vorrei afferrarne il pensiero. Con una voce alla parola, al racconto. E dare: in una successione senza fine, nell’unicità intima. Esiste onestà nell’intuizione artistica, o se esiste si ripone solo in sé mentre si intiepidisce nella sua realizzazione, perde di coerenza e originalità? O forse è l’onestà, la sintesi più piena di noi, e lo scopo di un’affabulazione? Si può procedere oltre, grazie alla scrittura, e migliorarsi?
O anche questa è una bugia, ed esiste in realtà una condizione sempre misteriosa e inviolabile della scrittura – e dell’arte in genere – che cerchiamo invano di scoperchiare? Espressione che si nasconde e si rivela, che è finta ma anche unica manifestazione reale e duratura, enigma, vita? Veramente dalla finzione, dalla rappresentazione, possiamo pretendere qualcosa? Una testimonianza?
POESIA DI PAGLIA: 8/10 APRILE 2007
Come sempre si può cliccare sopra per vedere la dimensione manoscritta.

Ho tentato una poesia rapida, in realtà spezzata nel ritmo laddove un periodo viene posto al verso successivo ancor prima di completarsi. Spesso è una differenza sostanziale: è proprio lo spazio, il vuoto, un'incisione ancora più indicativa delle parole ricercate. Anche lo spazio bianco diviene scrittura, o perlomeno un sostegno, sia di tempo di battuta sia per immediatezza visiva. La cosa è ancora più accentuata nella versione ultima. Alcuni versi sono stati tagliati, e le rime sparse (che possono essere anche all'interno del verso e non alla sua fine) vorrebbero aiutare il senso dell'ultima strofa. Nella prima versione il canto è eterno, benché stonato. Molte parole sono tanto forti quanto rischiose; nell'ultima variante il canto è semplicemente assurdo, molto meno evocativo, certo, è più amaro.
Commento molto al condizionale, così da compensare la solita presunzione di chi scrive: non so fino a qual punto si riesce in certi particolari, e dove si trova l'intesa con la parola, spesso imprevedibile. Ma ci siete voi con me, a tratteggiare. Ad approfondire.
Notte del 17 aprile Ancora, so che la notte potrebbe schiacciarmi. Se mi lasciassi andare, mi riempirebbe e poi sboccherebbe; e nel senso di soffocamento dovrei affidarmi alla paura per non desistere e identificarmi, come spesso mi è capitato, in un’oscurità segreta che non è maligna né effimera, ma fredda. Non ha sguardi il riflesso buio Sono consapevole che niente si ripete. Neanche la paura o l’inedia. Il sapore più amaro viene dalla speranza, che qualcosa in me secerne. Ed è quella a salvarmi, anche stavolta che non sono intero, sono strappato e non avrò nemmeno cicatrici perché, in fondo, non ho parti da ricongiungere.
ma sempre un’unica verità.
E nemmeno la forza
di un bambino
potrei affrontare
fosse pure un’aspirazione.
Quella speranza, quella follia caparbia: la sua natura inequivocabile. Proprio in questo momento si manifesta, si muove e io seguo con occhi spalancati: siamo un tutt’uno. Sono queste parole. Che mentre susseguono e si manifestano, in realtà nascondono.
Parole che potrebbero uccidere, e chissà se mai lo farebbero o riuscirebbero nella necessità estrema. Goethe vi riuscì. Dovette farlo. Spinse il giovane Werther a togliersi la vita: questi morì affinché Goethe sopravvivesse. E la vita mutasse.
E Schiller intuì che nel Werther “i sogni sono il reale, le esperienze soltanto eterne barriere.”Eterne barriere: nella vita reale, una condanna.
Tuttavia Goethe, più di dieci anni dopo, scrisse a Charlotte Von Stein: “L’autore ha fatto male a non spararsi una volta terminato lo scritto.”
Perché per restare in vita, devi dare la vita. Goethe non perse la sua amata, la sua ispirazione per il celebre romanzo, perché lei era innamorata di un altro, ma perché vide d’un tratto la possibilità di averla; e fuggì. Le possibilità dell’amore includono anche la sua negazione, o la scoperta della sua forza più sedicente.
In queste notti spesso insonni, in cui l’ombra che conosco dall’adolescenza ha ripreso a bussare e strisciare sulla porta della camera, scrivo e mi chiedo perché dovrei continuare a farlo. Ma è come se provassi a trattenere il respiro, negandomi aria. La risposta è immediata. Anche la scrittura ritorna in corpo per spontanea necessità.
E respiro. Non ho sempre la certezza del giorno venturo, ma ne riconoscerei la luce. L’attendo e cerco di comprenderla, come tanti mai sazio.
POESIA DI PAGLIA: 8/9 APRILE 2007

www.poesiecorrenti.blogspot.com
www.myspace.com/pietrofratta
Quello che posso far notare è che la versione di myspace, la più recente, già differisce in molti particolari da quella che qui si presenta. Dalla variante al concetto: anziché insistere su parole già di per sé molto forti (noi) si amplia lo sguardo, non per questo esplicitando troppo. Qui sopra si legge che il mondo sconosciuto siamo "noi stessi", confessione assente nella versione ultima. Il mondo è sì sconosciuto, ma non riguarda solo un rapporto esclusivo, perché rivolto al silenzio.
Si tratta di una disanima indebita, certo: la sta facendo l'autore. Che sovente manca di obiettività. Come volete, accetterei con gratitudine le vostre parole, capendo quale risultato espressivo è più efficiente.
POESIA DI PAGLIA: 8 APRILE 2007

www.pensiericorrenti.blogspot.com
www.myspace.com/pietrofratta
L’idea di cui avevo accennato è molto piccola, magari soltanto un capriccio. Riguarda anche Voi perché vivrà un po’ nel blog, dove ho conosciuto persone interessanti e sensibili. Si tratta di una piccola voglia di condivisione. Meritate un abbraccio per la pazienza.
Pensieri Correnti andrà avanti come sempre, con parole, brevi riflessioni, scambi di battute e conoscenze, forse anche con pareri su libri e autori, meglio ancora se pescati proprio nella comunità splinderiana; quindi con un’impronta anche letteraria com’è per mia intima deformazione.
Fra un post e l’altro, volevo condividere delle poesie. Cosa che già ho fatto, ma stavolta con diverso intento. Sono poesie che sto scrivendo, quasi fossero degli schizzi, su fogli di paglia; da un po’ metto sulla mia scrivania un grande foglio di quella carta, sotto i libri, e capita sovente che la penna vada a finire su quella superficie e scarabocchi, tiri fuori parole che possono diventare versi, riflessioni intime.
Quando mi è possibile, scrivo sempre a penna. Ho sempre con me della carta. Anche i romanzi sono scritti su quaderni: la grafia rivela un secondo linguaggio che nessun software potrà mai comprendere: una consistenza, un riferimento schietto alla realtà, a quello che stai facendo che è anche gestuale, benché minimo. E irrinunciabile per il sottoscritto.
Inizia così questa raccolta, che sarà vagliata da voi, letta da voi; ma proprio su paglia, come la leggo io. Ogni poesia la presenterò nella sua primissima versione, manoscritta, con tanto di scarabocchi. Giacché non posso pretendere che capiate la mia grafia, le medesime saranno poi leggibili – con varianti costanti – sia sul mio primo preistorico blog, www.pensiericorrenti.blogspot.com sia su MySpace (www.myspace.com/pietrofratta) anche se quest’ultimo credo sia accessibile solo agli iscritti. Ogni verso riscritto e copiato probabilmente subirà delle modifiche, ma la versione su paglia, l’origine grezza e spontanea sarà sempre e solo su splinder, tra di noi.
Piano piano – forse entro qualche mese o qualche settimana, chi lo sa – credo che le poesie di paglia raggiungeranno un certo numero, sempre nate anche sotto lo sguardo vostro, e una volta raggiunta una raccolta di certa consistenza e coerenza inizierò a proporle a qualche serio editore. E va da sé che pubblicare poesie è ancor più difficile che pubblicare romanzi. È una scommessa. Vi terrò sempre al corrente, anche di quelle poesie che magari invierò ai concorsi (pure dietro vostro suggerimento, per esempio); allora forse avremo trovato un epilogo a questa piccolissima storia in versi.
La poesia può trovare un buon terreno proprio tra i blogger: dove esalta spesso la sua indole più umana che letteraria, ma spesso sintetizzando entrambe le peculiarità; e avendo anche il parere di lettori per niente ingenui, anzi, ma coi quali condividere un amore quasi segreto.
Entro la settimana inizierò a postare le prime poesie; ho delle difficoltà con la risoluzione della immagini, ma risolverò entro breve.
Ecco, era tutto qui.

"Due sere fa hanno sparato a Robert Kennedy, la cui casa estiva si trova a dodici chilometri dalla casa in cui vivo tutto l'anno. E' morto la notte scorsa. Così va la vita.
Un mese fa hanno sparato a Martin Luther King. E' morto anche lui. Così va la vita.
E ogni giorno il governo del mio paese mi comunica il numero dei cadaveri prodotti dalla scienza militare in Vietnam. Così va la vita.
Mio padre morì molti anni fa, di morte naturale. Così va la vita. Era un uomo dolce. Era anche un fanatico di armi. Mi ha lasciato le sue armi. Si sono arrugginite."
Ci ha lasciati Kurt Vonnegut, autore di Mattatoio n. 5
(Indianapoli, 11 novembre 1922 - New York, 11 aprile 2007)

Primo Levi
Sicuramente la poesia s’è svegliata rispondendo a un giorno diverso, più tenace; ora prosegue nonostante il niente, ha una sua ricerca e necessità; ora possiede ciò che prima non aveva: un sentimento.
Al momento posso affidarmi solo alla sua natura, alla sua apparente frammentarietà. Non per questo è rassicurante. La poesia pare uno straniamento dalle nostre abitudini, ha una libertà che tradisce sentimenti, posti in un vissuto che ricordiamo d’un tratto; ma in realtà, potrebbe avere un’anima molto razionale. O forse un incomprensibile intreccio di mente e cuore.
Forse una ricerca di equilibrio: eppure niente pare aprire voragini così improvvise o chiarori che quasi feriscono l’occhio.
Tanto la parola vorrebbe purificarsi, ma intanto s’insozza.
Spero di potervene parlare presto.
Di nuovo in spiaggia. Anche se per poco, non si può rinunciare alla sua vista. Ho un angolo di cui ho preso possesso da molti anni, un nascondiglio. dietro il sole, dinanzi l'acqua. Mi siedo. I movimenti rallentano, pochi gesti; e pensieri contaminati dal respiro ampio del mare, non più soltanto miei: condivisi, s’allontanano e ritornano mollicci. (E frattanto le donne pesaresi si ricordano di essere belle. P.S. La poesia di Sylvia Plath era Papaveri in Luglio.
Ho terminato la lettura di Ariel, di Sylvia Plath. Alternavo le sue parole alle mie, fin quando non ho scritto accostandomi ai suoi versi, sul bianco del libro, traendo dalla forza della poetessa parole che mi mancavano, segrete.
Poi ho tracciato con la matita su una pietra, appresso l’acqua: scarabocchio bellissimo su una superficie bollente e riottosa.
Non per questo il mare si ritirerà.
Non avevo fretta, ma sono andato via prima che mi stancassi.
Si spogliano poco a poco; finché non sarà il mare a vestirle.)
La parola sbircia al di là, di là della materia quanto indissolubilmente legata alla carne.
Così – ecco l’azzardo – il Logos, parola.
In questo Venerdì, penso al Logos quale fatto, Luogo, Incarnazione, Presenza, e mai un insieme di precetti, né manifestazione meramente religiosa. Amore in continua evoluzione, ingenerato. Parola che ci avvince, nel bene e nel male, eppure al di là. Una voce che resiste nell’anima, o l’anima stessa morrebbe d’inedia.
arma e vento,
di parole arse da terra ingrigita
e strappate con canto improvviso
- questo silenzio denso
che fiori spinati reggono
mal schiudendosi
silenzio che di petali riconduce
messaggi, per un giorno intimo.
come seta, o sciorinate da sguardi.
Silenzio irrequieto e
contratto (uno spasmo?)
dacché il mondo non si ripete;
indugia
oltre le ferite, penetra
in confini crepuscolari
confini vuoti
dov’era amore
e altro mondo è stato sepolto.
che percuote,
di libertà e incontro
e di sete
- nasconde, menzognero,
una parola sola e sporca
di voce infante e consunta-
questo silenzio
forse non esiste.
Mi do alla filosofia (quella più ardua e geniale, ovviamente)
A tutti una giornata serena, piena di sole 
Un ritorno al mare. Breve, ma necessario. Un momento da lasciare in spiaggia, una traccia con direzioni casuali. La sabbia non era soffice, ancora umida e bagnata a chiazze: così il mio passo durerà un po’ di più. L’odore acre mi ha scosso, ma è stato soprattutto il sole.
La sorpresa del giorno. Il richiamo.
Non voglio ridurre la mia memoria, né farmi attraversare da piccole grandi evenienze come se non esistessero; o non si dilungassero dal passato più giovane. I giorni susseguono e non si possono afferrare, ma hanno sempre una loro incombenza.
I momenti solitari schiudono certi pensieri e li fanno ritornare a sé, come fossero incontaminati. Eppure il loro porsi è più vivido che mai.
PENSIERI CORRENTI
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Nome: Pietro Fratta
Sto scrivendo. Ho pubblicato qualcosa, qualche romanzo. A volte mi affido alle parole, e cerco d'affrontare un frammento consistente della mia realtà : la coscienza, che non potrà mai sopravvivere in assenza dei miei simili.
Ho un piccolo sogno:

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