
OLTRE IL MONDO, TRA L'ESSERE E IL FORSE
C'è motivo di gioia e grazia.
Oggi Gesù è forse risorto.
Non mi abbandonare, Signore,
come io abbandono te.
La mia presunzione è grande,
forse quanto l’indifferenza del tempo.
Qui, in ombre fredde,
in angoli di silenzio,
ho la mia stanza di segreti e nullità
dove accumulo i residui dei giorni;
e le parole si spengono
nella più breve preghiera.
Un padre, medico, pensatore, un vedovo; un padre che crede. È l’ultimo libro che ho scritto. Appena riveduto l’ho proposto a fine ottobre a una giovane casa editrice, una piccola ma stupenda realtà editoriale a cui affido questa speranza di pubblicazione. Dio nel fango, della medesima sostanza.
Un padre e suo figlio, ragazzino dolce, entusiasta sempre di tutto, vita sua.
Suo figlio che un giorno, inspiegabilmente, perde la dignità e la forza della sua giovinezza: s’irrigidisce. Diventa un vegetale, come gli dice la medicina. Il padre non accetta tutto questo. Non è possibile. Pretende una spiegazione. Pretende anzi un accadimento, un miracolo. Lo rapisce al mondo e lo porta in una sua vecchia proprietà. Una cascina, dove un tempo aveva trascorso l’infanzia.
E qui decide di innalzare un cumulo di pietre, strane pietre bianche disseminate nel terreno. Sopra cui innalzare una croce di legno, nera. E invocare il Padre. Il Padre presunto. Pretendere il Padre senza silenzi. Tanto gli è stato tolto nella vita, ora non più: il figlio deve restare con lui.
Ma non è solo. Come un’ombra dapprima, poi concreto e quasi onnipresente, un bambino paffutello proveniente dal bosco circostante lo assiste nell’impresa assurda. Pare leggergli nel pensiero e beffare le sue debolezze. Forse è proiezione del suo inconscio: insiste affinché l’uomo non continui ad ammucchiare pietre. Oppure spera che cada nell’Idolatria?
Magari è un’illusione. O forse – con sospetto sempre più forte mentre i giorni passano indebolendo ogni speranza – forse quel bambino è il diavolo.
È stato difficile scegliere il titolo; ma quando l’ho infine scritto mi è sembrato ovvio – una conclusione inevitabile e netta: Di Fronte a Me è tratto dal Deuteronomio. A pronunciarlo è l’Io Sono.
È stato uno dei romanzi più difficili. Ancora lo vivo. Certi momenti e alcune tensioni non le avevo mai provate. Ho pensato fosse un non-romanzo, e in certi tratti è forse così. Tuttavia ha una trama che si sviluppa: una piccola base essenziale che sostiene un insieme di pensieri e una convergenza di pensieri emozioni poesia che mi ha coinvolto totalmente. La narrazione è spezzata. Momenti ansiosi, dilatazioni, sguardi su un passato confuso.
Forse mai come in questo libro ho cercato la scrittura non solo come esclusivo mezzo d’espressione o costruzione di trame; ho cercato malamente una consapevolezza; un linguaggio ed esperienza in atto. Sempre lo stesso mistero che la logica non risolve. Chiaro e lancinante in vari tratti o nelle intenzioni, contraddittorio o impotente d’improvviso; con buona parte inconsapevole di me. E tutto me stesso durante la giornata in cui faticavo per ottenere la sera anche una sola riga: non la somma di esperienze ma – in continuità – il suggerimento del vissuto prossimo, la notte a venire. Poi la mattina, di nuovo.
Anche parlandone so di sbagliare e non essere fedele. Tradisco una religiosità ancora informe, quella che mi fece scegliere la letteratura.
Putrescente, fertile.
Scivola dalle mani e
ormai è penetrato nella pelle;
circola nel sangue dell’uomo,
nella sua rabbia.
Anche le stelle
son colpevoli. Mai più
caste dal primo
sangue nella terra.
(Lettura: Genesi 4, 10)

Lo sguardo di fanciullo Ma resta l’immagine Dov’eri, Tu,
emerge dalla notte.
È la gloria
che spezza i sogni,
santifica la luce.
adulta e profana
a dissestare l’anima; e
anche fosse un banale riflesso,
dalle sue incrinature
il sangue ispira preghiere.
amena, imprecisa,
di molle adattamento,
Tu, bistrattato in strada,
ragioni da me, nel mio corpo,
d’ogni cospetto
e legge di sentimento
ripiantata a terra;
e non fai prosa, ma volontà
tremenda e viva
e dall’uomo solo trai linfa
cogli lo spunto più bianco
di petalo da frutto,
primavera ancora
nel tempo rinato
e più ampio del sole.
quando ti cantavo
- mentre sei ora qui
a condividere la polvere?
POESIA DI PAGLIA: 8/10 APRILE 2007
Come sempre si può cliccare sopra per vedere la dimensione manoscritta.

Ho tentato una poesia rapida, in realtà spezzata nel ritmo laddove un periodo viene posto al verso successivo ancor prima di completarsi. Spesso è una differenza sostanziale: è proprio lo spazio, il vuoto, un'incisione ancora più indicativa delle parole ricercate. Anche lo spazio bianco diviene scrittura, o perlomeno un sostegno, sia di tempo di battuta sia per immediatezza visiva. La cosa è ancora più accentuata nella versione ultima. Alcuni versi sono stati tagliati, e le rime sparse (che possono essere anche all'interno del verso e non alla sua fine) vorrebbero aiutare il senso dell'ultima strofa. Nella prima versione il canto è eterno, benché stonato. Molte parole sono tanto forti quanto rischiose; nell'ultima variante il canto è semplicemente assurdo, molto meno evocativo, certo, è più amaro.
Commento molto al condizionale, così da compensare la solita presunzione di chi scrive: non so fino a qual punto si riesce in certi particolari, e dove si trova l'intesa con la parola, spesso imprevedibile. Ma ci siete voi con me, a tratteggiare. Ad approfondire.
Il Diavolo ha fede. Ma vive nell'ostinazione di una disperazione? A voler essere quello che è, facedone una natura scelta, uno spirito deciso o assente? E se il male di cui è paladino e di cui vuole appropriarsi ogni giorno nel cuore dell'uomo, nella sorte dell'uomo, fosse in principio un amore pervertito? E noi stimiamo la sua imitazione, la creazione di se stesso?

Dalla meraviglia, alla necessità.

"E dall'eterno egli non può liberarsi, per tutta l'eternità." Soren Kierkegaard (1813-1855)
"La grande marcia della distruzione intellettuale proseguirà. Tutto sarà negato. Tutto diventerà un credo. Sarà una posizione ragionevole negare le pietre della strada; diventerà un dogma religioso riaffermarle. E una tesi razionale quella che ci vuole tutti immersi in un sogno; sarà una forma assennata di misticismo asserire che siamo tutti svegli. Fuochi verranno attizzati per testimoniare che due più due fa quattro. Spade saranno sguainate per dimostrare che le foglie sono verdi in estate. Noi ci ritroveremo a difendere, non solo le incredibili virtù e l'incredibile sensatezza della vita umana, ma qualcosa di ancora più incredibile, questo immenso, impossibile universo che ci fissa in volto. Combatteremo per i prodigi visibili come se fossero invisibili. Guarderemo l'erba e i cieli impossibili con uno strano coraggio. Noi saremo tra quanti hanno visto eppure hanno creduto." G. K. Chesterton, Eretici, 1905
La ricerca non è vana, qualunque sia il mezzo, ma si rischia la vanità. Ancor più si crede di conoscere, di avvicinarsi a Dio, ancor più dura, cruda, è la necessità del silenzio: laddove nasce anche la preghiera, o la poesia, non sempre si è capaci di invocare, di attingere ancora vita. La necessità di Dio è senz’altro quotidiana, inopinata nella sua apparente prevedibilità. Diceva Giorgio Caproni: “Quando si pensa, si pensa alla morte. E a che altro pensare?” Eppure Dio non si risolve – o meglio non è – solo nella necessità delle domande più ardite, o quelle inevitabili che accompagnano l’esistenza e segneranno la sua cessazione. In realtà pare esserci il desiderio di innalzarsi, nell’uomo, migliorarsi e trovare una serenità. Ed è possibile tentare l’Imitazione del Dio che ha amato perfino nelle faccende domestiche, nelle ambizioni di lavoro, nel rapporto con il vicino, nel rapporto di coppia. O, in modo ancora più radicale, nei pensieri intimi, e nella parola, credendo che quella Parola possa proseguire in noi. Più acutamente – e con dolore – ci si rende conto di non sapere; e di voler conoscere Dio attraverso Dio stesso. Cioè la vita. Ancor più nello spirito, in un attimo di silenzio, di confronto radicale con se stessi, si sfiora quella vita, quella Presenza che cresce adagio; cresce la Parola, diviene azione, appunto Verbo. Si incide nei nostri pensieri pur sembrando immateriale, com’è d’altronde l’amore, tanto venduto, ridotto a istinto o piacere, quanto visto con timore. In effetti, si può odiare l’amore; e sia l’amore sia l’odio mirano a una sorta di riscatto, di resa dei conti al culmine di un’esistenza. Forse cercano l’essenza che rimandi al senso della vita; ma se l'odio ha il potere di annichilire, l'amore sa osare, riscattare, sa nascere. Nella preghiera, attraverso Dio che osserva o è un sospetto in noi, ogni promessa posta per i giorni venturi ha una sacralità, un sigillo che chiude il giorno e ne promette un altro più vero, più sincero. S’incide nel bianco, la Parola; eppure sempre ha bisogno di essere riconosciuta, come se il suo significato non fosse in sé ribadito, come fosse eterna estranea e senza di noi abbia sacrificato la Sua libertà, noi che la adoperiamo per comprendere, per codificare, per ricordare; noi che l’attraversiamo e poi, nella sua assenza, rischiamo di smarrirci, poiché la nostra ragione di essere è nella sacralità del vissuto, la trasparenza della vita, la sua imprevedibilità, inenarrabile eppure familiare. Come può essere una poesia.
Perché si crede sia irrazionale o, al contrario, patetico. Pure gli innamorati sovente agiscono per istinto, per piacere, e incontrano l’altro a occhi chiusi. E quando le sensazioni spariscono, l’amore viene disconosciuto. Qualcuno invece tiene gli occhi aperti, o almeno cerca di farlo: mentre bacia, per esempio. Non sempre accade, chiaro, perché si tende all’altra o all’altro, cercando di scoprirne il piacere, l’emozione, il momento benefico dell’unione. In quel caso gli occhi si chiudono per un senso innato, ancorché inspiegabile, di fiducia. Che l’amore sia in lotta, è indiscutibile. Che possa perdere, ahinoi, è frequente. Non so se l’amore lascia precetti. È un evento. Vi si può dubitare come tante volte dubitiamo della vita. Non è sciocco; non è una sciocchezza. Pretende la nostra libertà, il nostro coraggio; e a volte la libertà la troviamo nel prossimo che ci ha avvicinato. È un piccolo miracolo. È incessante, e d’altronde ha firmato la Storia. Dunque è la sfida più grande che possiamo cogliere. Non esiste, allora, se non esiste la nostra vita; l’impegno assoluto di donare, ma non solo donare. Di essere, di diventare, per amare a nostra volta. Guardare la vita tua negli occhi di chi è disposto a serbartela. Dalla sua libertà principia anche il tuo futuro. E il futuro non ha radice senza vita.
Forse c'è stato un cielo diverso poche notti fa; una notte più densa che senza sonno ho osservato. Quando il sogno non si discosta dalla realtà. E puoi afferrare. E poi la terra. Di cui sono composto. Che ho potuto cingere, come cingere il mondo tutto, in curve, in profumo, che ho potuto assaggiare, così scoprendo parti di me. E so che tanto ancora posso vedere, assaporare. Magari per l'intera vita: è il mio sospetto. Per l’intera vita donare. Senza masochismo, per scelta vera e definitiva; dal suggello che Dio concede. E per fortuna mia, che sono stato trovato. O forse per l'intuizione più vera, sincrona. Proprio quel segno che ho tante volte chiesto. Il mio mondo in quella oscurità nuova, l'unica desiderata. Dove muovermi, intuire. Dove appoggiarmi ad alberi per riposare o ammirare la loro fierezza; d’altronde, non necessito della loro ombra: il crepuscolo è tenue, gentile. E condividere. Non c'è stanza, ma pensiero. E probabilmente non c'è nemmeno più cielo, né alberi. Piano scompare ogni cosa, ogni suggestione e riferimento. Permane un'essenza. L'unità. Da quell'Uno che da millenni si cerca, a ritroso. Un'origine. Che anch'io voglio sentire, capire. Ma non vado a ritroso, ora. Proseguo. Scopro. Sono unito. Sono vivo. Sono abbracciato.
Chi siamo? Chi sono? (ancora sull'11 settembre)

"Grazie della provocazione. Ti posso rispondere solo con parole più dirette, senza tuttavia cercare di confutare le tue affermazioni. Anzi, cerca di leggerlo come uno sfogo pieno di pensieri scoordinati. Le domande chi siamo e chi sono appaiono indubbiamente come un rischio. Ma credo debbano essere affrontate. Se per alcuni gruppi o religioni certi atti vengono accettati, è pur vero che esistono dei principi di vita non equivocabili. Il sacrificio umano è prassi in certi popoli? Io lo nego come abominio e lotto perché venga abbandonata quale usanza, così come posso essere contro la pena di morte. Vi sono princìpi inviolabili, a partire da noi, che debbono essere difesi, e che non possono essere posti in una dimensione relativa. Alla costruzione dell'identità collettiva può esserci un avvicinamento alla Verità, ossia la sacralità della vita; mi spingo oltre? E' una Verità inconfutabile e tragica, se porta a scontri di civiltà. Ma preferisco uno scontro all'accettazione passiva, rassegnata, intellettualistica di cui è affetto l'Occidente. Per certi popoli la donna è poco più che un animale: devo accettare questo in quanto insieme di stratagemmi e tecniche per la costruzione di un'identità collettiva? No non l'accetto e non lo ritengo nemmeno accettabile per altri - e può apparire un atto di prepotenza, ma la difesa di una propria identità, quale atto di esclusione, è ben più forte di qualsiasi confutazione di ogni termine, logica, posizione intellettuale ideologica che l'uomo, soprattutto l'uomo occidentale, ha elaborato e confutato spesso e volentieri e a cui non voglio attenermi. Mi rivolgo a una Verità, Verità che non nasce solo dall'uomo ma che, come la poesia citata da Ila, vive dell'incontro con Dio. Chi sono? Figlio di Dio. E Dio cosa vuole? Vuole amore, fratellanza: ama il prossimo tuo come te stesso, ama Dio con tutta l'anima. Allah la pensa diversamente? Che se ne stia in alto ad architettare i suoi paradisi di vino. Io credo in una rivelazione, nella democrazia, e non nella stupidità o nella rassegnazione. Credo in una Rivelazione che è stata fondamentale per l'Occidente e che mette in primo piano l'amore ma anche la legittima difesa e che ha aiutato nella fondazione dell'odierna democrazia (senza escludere che sia un sistema assai debole). Io sono è per me anche preludio del tu sei, di un atto di coraggio che non è necessariamente scontro ma che pone identità a confronto e scontro; e sa da una delle due parti v'è un darsi, un amare, e un porgere l'altra guancia - non nell'accettazione dispregiativa con cui pare essere compresa, ma come insistenza ad avvvicinarsi all'altro grazie a un amore, a una Verità donata - ebbene, io credo che una speranza d'incontro ci sia sempre. Nell'incontro si cambia; non per questo una verità si elabora, come può essere la necessità della pace, ma la si raggiunge. Insieme."
Giunto è già ‘l corso della mia vita, Leggevo in una vecchia discussione di un Forum letterario, l’ipotesi di cosa avrebbe espresso nella sua arte il grande Michelangelo, protagonista indiscusso della sua epoca, se non avesse servito il mecenatismo della Chiesa, se non avesse servito l’autorità religiosa. È un’ipotesi un po’ viziata e sterile, per la verità: non si può ignorare che quell’epoca, benché colpita da forti rivoluzioni, vere rivoluzioni della dimensione religiosa e sociale, viveva certo la sacralità in modo assai diverso da oggi. Ancor più viziosa se si pensa proprio a Michelangelo Buonarroti, l’uomo che terminò l’ascesa straordinaria dell’arte italiana – secondo Vasari e non solo – iniziata da Giotto e Cimabue: Michel, più che mortale, angel divino, scrisse Ludovico Ariosto. Michelangelo viveva con forza la religiosità, l’intervento divino che si riaffacciava sempre più potente, sempre meno sereno nella vicenda umana e nella sua Incarnazione, l’incontro violento di un amore imponderabile tra Dio e l’Uomo che aveva infranto il patto, riscattato in sovrabbondanza dall’avvento del Figlio. La serenità della prima Pietà, dove non v’è segno di dolore o mestizia, la Madonna è giovane ed eterna consapevole della Resurrezione e del trionfo di Gesù, si allontana presto dai pensieri del genio, benché l’uomo del giovane Michelangelo attenda ancora fiero, forte, pietra in mano, vestito solo della sua virtù, le incognite del futuro: il suo sguardo è fermo, è lo sguardo di Davide che ucciderà il colosso Golia. Ma forse Michelangelo non aveva previsto la solitudine. Il momento lungo e silenzioso dei suoi conti con Dio. Nel Giudizio Universale il Gesù che era abbracciato amorevolmente dalla Madre nella pietà di Roma è ora solenne e furioso, Uomo e Dio quale forza primaria del riscatto – e della condanna – dell’Umanità tutta. E Maria pare proteggersi dietro di Lui, sempre al suo fianco eppure timorosa. Uno dei condannati alla pena perpetua si copre il volto, e lascia appena scoperto un occhio, per vedere, incredulo della condanna che lo attende, trascinato da un demonio. L’uomo, nel Bene o nel Male, è di nuovo in balia del Divino. Cosa avrebbe scolpito, dipinto, scritto Michelangelo in assenza di contratti vincolanti che lo costringessero a temi non appropriati al suo genio? Sarebbe ritornato al suo amore, la scultura; e al tema che aveva più a cuore: la Pietà. Ciò che lo vincolava, quindi, era ciò che voleva fare. E tanta volontà testarda è famosa in Michelangelo, che aveva convinto il Papa Giulio II a un’idea personale e rivoluzionaria per gli affreschi della Cappella Sistina. Era un periodo di riscatto morale, religioso; la Chiesa era ritornata maestra delle genti con un’immane Riforma che l’aveva ringiovanita e restituita al vigore del messaggio evangelico. E Michelangelo era solo. Quasi novantenne, aveva visto scorrere un’epoca intera, e morire artisti più giovani di lui, presunti suoi eredi o geni, come Raffaello. E pure i pochi intimi amici, o gli storici rivali (secondo il mito) come Bramante e Leonardo, non erano più. Ricco, ritenuto il più grande artista vivente (e già ai tempi del David tra i più maggiori scultori di tutti i tempi), viveva quasi da povero, in una casetta nel centro di Roma. Legumi, pane, un po’ di vino. Fuori del mondo. Doveva fare i conti con la vita, la sua arte: scolpiva una serie di Pietà che avrebbe voluto sulla propria tomba. Stava componendo il testamento spirituale. Le vicissitudini del cristianesimo cattolico in reazione allo scompiglio provocato da Lutero coinvolgevano profondamente l’uomo, oltre all’artista. E Dio era di nuovo nella quotidianità di tutti, ancor di più in un artista sempre in lotta con il mondo ma sempre originalmente devoto. E Michelangelo, nella sua Pietà Rondanini cercò, forse trovandola, l’unione più sincera, senza tempo, fra l’artista e l’uomo. Dal restauro di un paio d’anni fa si è chiarito anzitutto che un vecchio busto che ritrae un presunto Gesù non corrisponde al braccio in più, sulla sinistra, rimanenza del progetto iniziale che l’artista aveva abbozzato nella pietra. L’opera ovviamente non era finita: Michelangelo morì in quei giorni e la statua fu ritrovata in casa. Quel che stupisce, semmai, è l’urgenza dell’esecuzione, lo scalpello ancora vigoroso, preciso, fittissimo che caratterizza i volti. La mano era ferma, appassionata e forse tormentata; o chissà, Michelangelo stava trovando equilibrio nei suoi pensieri, e aveva deciso di affidarsi completamente a Dio, come Gesù alla Madre, in un abbraccio materno, stretto, in abbandono totale. Maria riesce a sorreggere da sola il corpo morto del Figlio, nel destino totalmente umano che questi ha deciso, di sofferenza e infinito riscatto; in Maria è l’amore che consola e già stringe, prima che la buona novella vinca definitivamente la morte. La pietà Rondanini è la Pietà che intuisce la speranza. È definita la prima opera moderna. Di certo Michelangelo, come i pochi artisti sommi della storia delle arti e delle lettere, non può venire ristretto in un’epoca: chi è un artista che passeggia nell’Olimpo? Forse proprio colui che preferisce solo una breve passeggiata nella cima dove abitano gli dei, prima di ritornare alla realtà, all’arte, alla vita; colui che si rende unico quale persona, irripetibile nella curiosità – rivoluzione in sé, speranza e oscurità. Uno sguardo che osserva intorno fra curiosità umile e supponenza, fra necessità di elevarsi e affidarsi alla semplicità e a una compostezza serena. Nell’abbandono d’amore, di fiducia della Pietà Rondanini, Michelangelo supera il concetto stesso di modernità e lascia testimonianza di sé, dura come il marmo eppure impalpabile al tempo stesso. Misteriosa, nella sua vicinanza con Dio. E la vicinanza è talmente stretta, avvinghiata all’amore di Dio, alla pietà cristiana, che le due figure sono indivisibili. Non parliamo del non-finito michelangiolesco, di figura che cerca di uscire fuori dal marmo, ma veramente di un abbraccio, un affidarsi corpo e anima all’Altro. E la Pietà qui ritratta, invocata dal genio michelangiolesco, che supera ogni forma convenzionale dell’espressione rinascimentale e di un balzo ignora le ricerche formali del barocco – questa Pietà si realizza nella Donna, in Maria, nel suo sguardo che osserva oltre, sofferente e stanca, ma forte, allacciata al Figlio, quasi che questi non esca da lei, ma rientri nel suo ventre. Congiunta alla Salvezza che un grand’uomo, che l’arte fece “idol e monarca” ha infine invocato per trovare la pace, il compimento definitivo della propria esistenza. Nel suo silenzio dolce e inquieto, la Pietà Rondinini lascia a noi spettatori l’intuizione di quel compimento che ha superato e supera costantemente il nostro tempo.

con tempestoso mar, per fragil barca,
al comun porti, ov’a render si varca
conto e ragion d’ogni opra trista e pia.
Onde l’affattuosa fantasia
Che l’arte mi fece idol e monarca
Conosco or ben com’era d’error carca
E quel c’à mal suo grado ogn’uomo desia.
Gli amorosi pensier, già vani e lieti,
che fen or, s’a duo morte m’avvicino?
D’una so ‘l certo, e l’altra mi minaccia.
Né ginger né scolpir fie più che quieti
L’anima, volta a quell’amor divino
C’aperse, a prender noi, ‘n croce le braccia.
PENSIERI CORRENTI
![]()
Nome: Pietro Fratta
Sto scrivendo. Ho pubblicato qualcosa, qualche romanzo. A volte mi affido alle parole, e cerco d'affrontare un frammento consistente della mia realtà : la coscienza, che non potrà mai sopravvivere in assenza dei miei simili.
Ho un piccolo sogno:

Amo
Amare?
Odio
Odiare?
Foto
| Vedi altri media |
Libri e musica
LIBRI:
La vita felice, Seneca
MUSICA:
Sinfonia n.2, Brahms,
Superunknown, Soundgarden
Sogni
Condividere.
Pensieri distratti
CREDITS!
Template pasticciato da
Stexillusion
Lo trovi su
Pasticcigrafici - Stexillusion's
Immagine tratta dal book del mio viaggio a Berlino! ^__^
Hosting per le immagini
Altervista
e
Photobucket
Blog hosting, ovvio,
Splinder

Questo/a opera è pubblicato sotto una Licenza Creative Commons.
Il mio blog
"E ancora ti chiamo ti chiamo Chimera" (Dino Campana, Canti Orfici)
Passato
aprile 2009
febbraio 2009
settembre 2008
agosto 2008
luglio 2008
giugno 2008
maggio 2008
aprile 2008
marzo 2008
febbraio 2008
gennaio 2008
dicembre 2007
novembre 2007
ottobre 2007
settembre 2007
agosto 2007
luglio 2007
giugno 2007
maggio 2007
aprile 2007
marzo 2007
febbraio 2007
gennaio 2007
dicembre 2006
novembre 2006
ottobre 2006
settembre 2006
agosto 2006
luglio 2006
giugno 2006
Categorie
amicizia
amore
animazione
arte
ateismo
cinema
comunicazione
diavolo
dio
intimit
intimitÃ
ispirazione
mondo
morte
musica
odio
pensiero
piaceri
poesia
politica
religione
scherzo
scrivere
segnalazioni
societÃ
speranza
sport
terrore
variazioni
vecchiaia
vita
Ultimi commenti
acquamarina67 in IL CARO FORSE
Tagboard
Visite
*loading* visitatori sono passati di qui
Leggo anche
ambricourt
AMEMI
AnnaVercos
Apologetica
Asia News
ATTIVISSIMO
Avvenire è Vita
Berlicche
BOOKSWEB
Carlo Panella
Concepts Books - ARPANET
Contro la Leggenda Nera
Cultura Cristiana
Cultura Nuova
Faber's place
Fabio Cavallari
FARI SPENTI
Fondazione Magna Carta
GALASSIA LIBRI
Gino
I libri in testa (blog)
latangerina
LiberiDallaForma
Libero Arbitrio
Libri Metropolitani
Libri&dintorni
NeoNeiga
NihilAlieno
Notizie Bioetica
Piergiorgiomariotti.it
Pseudo Pensieri Di Una Mente Banale
Pubblicano
Rapsodie Invernali
SAFE
SimonaV
Upi la Nuova
UPI.2
ZAMPANERA editore

Il mio blog vale 20.323,44 dollari.
Quanto vale il tuo blog?
http://tbn0.google.com/images?q=tbn:6w5vawvFCGiGyM:http://www.itacalibri.it/System/13688/ISBN881721111_1.jpg